L'Arte del Viaggiare
PROLOGO
Il letto su cui le lasse membra, a breve,
Per secondarle dal corcare non rifuggirà
E nel sonno attuffarsi l'usuale non sarà,
Ristorativo giaciglio dell'innumeri notti
Che a turno fin a ieri in una routinaria,
Pigra, ciclica teoria succedute si sono;
Una coltre d'ubiquo, torbidastro buiore,
De l'illune figlia, planetario carosello,
Addensandosi, sugli ultimi trionfato ha,
Esangui drappeggi d'un mesto crepuscolo:
Un giorno s'è chiuso davvero sghimbescio
E d'autunno tinto, clima ch'egli depreca
E dell'anima nel profondo lo demoralizza,
Né punto s'addice, giugno omai in vista,
Alle settimane che le gesta ne attendono,
Quando una scricchiante branda da campo,
Dalle solerti carreggiata, vagole ruote
D'un furgone che d'ignea vernice sgargia,
Austera e di tavolaccio a mo' grossolana
D'un segaligno cenobita, gli consentirà,
Grevi le palpebre, ogni fiata di dormire
In incogniti luoghi, della facoltà orbo,
Nel tepido ridestandosi, diafano mattino,
Una meccanica stropicciatina agli occhi,
D'arguire ove testa e gambe si troveranno
Al muto calar della sera, ad un vascello
Alla deriva simile fantasma ne la bufera
Che flagellandolo su capo Horn s'abbatte.
Costi non avrà forse e dazi, di fatiche
A cagione e di rischi, l'ardua rinunzia
Ai frequentati pileggi ed ai fidi alisei,
All'ospiti rade ed i lungisaettanti fari,
Della caccia in nome ai larghi orizzonti
Che di tropici stufi scoprire appetiamo?
Se Libertà partorisce, tra rudi affanni,
Due impuni monelli, Problema e Conflitto,
Ad imperativo la romana pax non svetterà
Ed egida del viaggio che nelle bibule ha,
Alacri ideato meningi: volente o nolente,
Quinci e quindi ad arbitrio bighellando,
Dalla grata prescindere dovrà sua tutela.
Capo Horn! Ma da questo tirrenico golfo,
Nel pomerio a bivacco della ligure Diano,
Nel blando aere che le camelie germogliò
Ed i pittospori anco del verno nel mezzo,
Golfo sulle miti curvato, glauche acque
E le notorie rotte d'un abituale pelago
Che già gli antichi nauti consideravano,
L'onda solcandone, domestico e nostrale,
Di quali remoti lidi alla volta le marre
Di buona lena a salpare accingersi? Giù,
Sia Scilla beffate che Cariddi micidiali,
D'atre fauci al di là e gurgiti filando,
Audace avventurarsi al mascone in cima e,
Lo scabro superato Sounion ed il tempio
Del tridentiere Posidone, l'Egeo violare
Di cento isole cosparso e qui, la votiva
D'Apollo Delio all'altare recata offerta,
Di soppiatto dall'abete a Cipro sbarcare
E miscellaneo aggranfiarvi, gaio bottino,
Per veleggiare lesti, del favore in virtù
E dell'etesio capriccio, verso le sponde
E del millenario Egitto gli arcani numi;
Dal canopico ramo i meandri poi risalire
Del fanghiglioso Nilo al rombo giungendo
Della prima cateratta, da cui dirigersi,
Mercé proibitive piste, guide ingaggiati
E nubiani portatori, in pedestre carovana
D'uomini adusti, dell'Abissinia al cuore,
Del trono in cerca del presbitero Gianni
E degli opulenti tesori di cui i forzieri
Che gelosi ne sono custodi debordano. No,
Ridicole frenesie; la sua vita discende ─
La memoria non l'assiste, se la memoria
Ad interrogare s'affretta? ─ dai travagli
Di un'umile stirpe, sudditi della gleba
Che feudali sgroppato hanno, orridi vimi
Da pochi secoli appena e, tolto il giogo
Che la dignità d'opprimere non lasciava,
Mai all'oceàno guardarono ed all'equoree,
Molteplici risorse come fonte di reddito,
O come garanzia d'una futura floridezza:
Né reti nelle freddicce immerse viscere
Di pescosi bacini, né lucrativi traffici
Di sete e spezie cogli arabeschi empori.
Alla terra ligio rimarrà adunque in toto,
E della terra adepto, i calli onorandone,
Che lo stomaco nutrito ne ha, e maternale
E salda il passo a propiziarne ha badato;
Sereno l'umore e scarmigliata la chioma,
Sia delle mappe che del fiuto valendosi,
Ad ovest senz'indugi di sorta peragrerà,
Al ponente mirando in busca del levante,
Se necessario per aggirare gli ostacoli,
O se al risparmio dell'energie giovevole,
Del manifesto non curandosi scetticismo
E dell'opinione d'accademici detrattori
A dotto consesso a Salamanca aggruppati.